Archivi del mese: febbraio 2013

IL DESERTO DEI TARTARI

10,54 – Cosa facessero i Tartari non è una cosa che mi riguarda e questo non perchè sono menefreghista. Semplicemente sono troppo distanti da me nel tempo e nello spazio.
Il deserto vero è quello che ci costruiamo intorno da soli ed è fratello  di quello che gentilmente creano, a nostro beneficio, presunti amici che prima ci corteggiano, ci adulano, in un certo qual senso ci fanno illudere che si può condividere tempo e affetto e che poi… pluff, svaniscono come neve al sole.
Anch’io ho il mio deserto, in parte costruito in proprio e in parte regalatomi da altri. Stamani, però, è venuto qualcuno a riempirne un piccolo spazio. Mio marito è sceso a prendere della legna ed ha lasciato per qualche minuto il portone aperto. Beh, da un sonoro respiro ci siamo accorti che una micina di strada era salita in casa e stava bella comoda a fare le fusa sul divano.
Che fare? la cacciamo o la teniamo? Fuori fa un freddo cane. Temo che non avremo sufficiente coraggio per sfrattarla. Finchè farà freddo la terremo, ma poi? Beh, si vedrà.

Ore 14,16 – Bene bene, il dilemma si è già sciolto. La micia ha fatto un pisolino,  è scesa dal divano, ha bevuto latte tiepido e poi si è seduta davanti alla porta, reclamando la sua libertà. Ciao micia, alla prossima visita!

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VISTO CHE PIOVE, MEGLIO RIDERE

Ultimamente su questo blog troppe cose serie. Per sollevare lo spirito metto un piccolo brano del mio libro, in dialetto, “Uichènne ar mare. con di seguito la traduzione in italiano.
Buona lettura
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E poe, dàtose che ‘n se sintìa gnun rimòre, ìa paura d’addurmìsse perché ìa ‘nteso di’ da le vecchie che, quanno succedìa ‘n quer mo’ e le beschie nun facìono le su’ verse, putìa succeda che cosa de brutto, magàra ‘n terramoto!
Te pijasse ‘n corpo! Le vecchie c’ìono propio raggione!
Defàtte, poco doppo, quanno stàa pe’ appalucàsse, attaccò a trellicàje ‘l letto e, nun c’adèrono né sante né madonne, più tempo passàa e più ‘l letto trellicàa!
La Checca s’ampaurì.
Vulia fùggia, ma quanno sartò iò dal letto ‘nciampicò mà le ciavàtte, cascò e annò a sbatta cor capo mar comò.
Stesa longa longa per terra, sintìa che ‘l letto anco’ trellicàa e facìa: tri tri ,tri tri, tri tri.
Adèra callo e, dàtose che c’ìono le vetre de le finestre aperte e le scure ‘ncò, ‘l lampione de la piazza facìa lume mà la stanzia come si fusse ggiorno. La Checca guardètte sott’al letto pe’ veda si se sbracàa, ‘nvece viste che c’adèra ‘n porco, che, pe’ grattàsse, se strucinàa propio mà la rete.
La Checca tribbolò ‘na massa a tenèsse pe’ nun annà a torcia ‘r collo mar su’ marito, che, da quanto arnacàa, parìa pejo der porco.
Je vinne pensato:
“Hae capito ‘sto paraculo de Giuànne! Pe’ nun faticà domane p’annall’a pijà mellajò ar campo, ‘nguattòne ha portato men casa sta beschiaccia, cusì già ce l’ha micchìne e fà presto a portàlla a la fiera!”
La Checca s’accostètte mal letto a gnaolòne e momente je pijàa ‘n corpo quanno ‘ntese che ‘r su’ marito, pe’ nun faje sintì la puzza, ìa laàto ‘r porco cor sapone bbono. Annusò mejo … l’ìa ‘mprufumato ‘ncò!
Da la rabbia, la Checca se sentìa scoppià e je parìa d’affucàsse.
Restò aggaucciolàta millì, vicin’a quer boija der porchetto che je guardàa co’ l’occhie stralunate; quella pora donna tutto potìa pensà, meno che de ficcàsse mal letto co’ quer càncoro der su’ marito.

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Dal momento che non si sentiva nessun rumore, Checca aveva paura di addormentarsi; aveva sentito dire dai vecchi che, quando ciò accade e gli animali non fanno i loro versi, sta per succedere qualcosa di brutto, magari un terremoto!
Pigliasse un colpo! I vecchi avevano proprio ragione! Poco dopo, quando stava per addormentarsi, il letto cominciò a tremare e non c’era niente da fare, più il tempo passava e più il letto tremava!
Checca si spaventò. Voleva fuggire, ma quando saltò giù dal letto inciampò nelle pantofole, cadde e andò a sbattere la testa contro il comò. Stesa a terra, sentiva che il letto tremava ancora e faceva: tri tri, tri tri, tri tri.
Era caldo, avevano le finestre aperte e il lampione della piazza illuminava la camera come se fosse giorno. Checca guardò sotto il letto per vedere se si stava sbracando, invece c’era un maiale che, per grattarsi, si strofinava proprio sotto la rete.
Checca soffrì molto a trattenersi per non andare a torcere il collo al marito, che, da quanto russava, era peggio del maiale.
Le venne in mente:
“Hai capito questo furbacchione di Giovanni! Di nascosto, per non faticare domani ad andare gìù al campo, ha portato questa bestiaccia a casa, così ce l’ha già qui e fa presto a portarla alla fiera!”
Checca si avvicinò al letto a gattoni e quasi le prese un accidenti quando capì che suo marito, per non farle sentire la puzza, aveva lavato il maiale con il sapone buono. Annusò meglio… gli aveva messo anche il profumo!
Si sentiva scoppiare dalla rabbia e le sembrava di soffocare per la fatica che faceva a restare zitta e buona.
Restò lì, raggomitolata vicino a quel boia del maiale, che la guardava con gli occhi stralunati; Checca tutto poteva pensare, tranne che di mettersi a letto con quel disgraziato di suo marito.

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FATE TACERE QUELLA BIMBA CHE PIANGE

Che ne dite, lascio questo scritto come racconto o lo uso come partenza per un romanzo?

La cucina era bassa e piena di fumo e Fatima, una bambina di circa quattro anni, stava sdraiata a terra e guardava in su, stupita di vedere sopra di sé, tanto vicina, quella nuvola bianca all’apparenza innocua, ma che le faceva lacrimare gli occhi appena si azzardava ad alzarsi e a metterci la testa dentro.
Fu distratta dalla sua occupazione da Romeo, un gatto soriano più grosso di lei che, probabilmente attratto dalla sua insolita posizione, le si era andato a sdraiare accanto.
Faceva freddo e la bambina sembrava una bambola di pezza tanto era infagottata da maglie e maglioni.
Per ottenere l’effetto vissuto delle pareti e del soffitto di quella cucina oggi si ricorrerebbe a sofisticate pitture ai silicati, ma i contadini che abitavano lì non avevano occhio sufficientemente educato per poter apprezzare tanta bellezza.
Il fumo del camino, i vapori delle polente e delle castagne bollite, oltre a quelli dei beveroni riscaldati per i maiali avevano dato ai muri e alle pareti un colore indefinibile e un odore né buono né disgustoso, ma certamente particolare.
Siamo abituati a chiamare casa una costruzione adibita ad abitazione, ma nel luogo dove si svolgono i fatti, “casa” era chiamata soprattutto la cucina, perché in essa si svolgevano la vita quotidiana e le attività domestiche.
Quell’ambiente occupava tutto il pianterreno e vi si accedeva da una piazza antistante, in terra battuta, salendo due gradini, a fianco dei quali stavano dei pietroni che fungevano da sedili.
La porta era piuttosto piccola e non molto alta, ma robusta e rassicurante soprattutto la sera,  quando, entrati tutti in casa, il nonno si alzava e metteva il paletto.
C’era, sulla stessa parete della porta, una finestra con l’inferriata, sotto alla quale stava una cucina a gas, unica concessione alla modernità.
Allineati sulla parete di fronte c’erano: una madia in cui tenevano il pane che la mamma faceva ogni giorno, il cassone dove si conservava la farina e la scansia, la nostra moderna vetrina.
Sulla parete a tramontana, in un orciolaio, cioè in una nicchia profonda, venivano conservate le cose più disparate dalla subbia al sego per lucidare gli scarponi, anche il sapone fatto in casa, le candele e piccoli utensili non avrebbero potuto trovare migliore collocazione.
Sempre su quella parete c’era un grosso camino in pietra con una base bassa, ma molto larga e, all’interno della cappa, si apriva la bocca del forno dove veniva cotto il pane.
Sulla parete opposta, proprio di fronte al camino, si apriva un orciolaio più basso e più largo dell’altro, lì stavano in bella vista due grosse brocche piene d’acqua in mezzo alle quali spiccava un lavamani di rame lucidissimo.
Una scala senza alcuna protezione, piuttosto ripida, conduceva al piano superiore, lì c’era un ampio ballatoio dove i maschi di casa andavano a pregare su piccoli tappeti. Dal ballatoio si accedeva alle camere da letto.
Tornando al piano inferiore, a fianco delle scale c’era una porticina che dava sul sottoscale o cellaio nel quale venivano collocati , caciotte, concentrato di pomodoro e quanto il padre portava di commestibile ogni volta che andava in Marocco e che poteva essere conservato.
Fatima si raggomitolò ancora di più nei panni che l’avvolgevano, aveva sentito un brivido attraversarle la schiena.
Anche se era molto piccola sapeva che, nel paese in cui ora viveva, il fuoco in inverno non deve mai spegnersi e allora, alzatasi in piedi, tirò con tutta la forza che aveva dei ciocchetti  sulla brace per riavviare la fiamma.
Poi, nuovamente infastidita dal fumo, si sdraiò ancora e si mise a contemplare la nuvola che la sovrastava.
C’erano molti fatti a cui non voleva pensare, che le facevano desiderare di entrare in quell’ovatta e andare lontano.
Strinse i pugni con tutte le sue forze e chiuse gli occhi dai quali uscì prepotente una lacrima.
Il crepitio della legna che bruciava e il fischiare del vento che passava attraverso i vecchi infissi, le conciliarono il sonno e, assecondando la sua voglia di fuggire, i sogni la portarono lontano, in un luogo ove ogni paura del presente e ogni memoria del passato si perde.
Prima che il sonno l’accogliesse, con il pensiero toccò tutto il suo mondo e le persone che stavano in esso.
La mamma, dolce e premurosa, era troppo preoccupata di far innervosire il marito per poter trasmettere serenità.
Suo padre, sempre corrucciato e alla ricerca di un pretesto per poter fare una scenata e alzare le mani, era per lei un enigma: con la stessa velocità con cui andava su tutte le furie diventava allegro e scherzoso. Proprio per questo Fatima non riusciva a fidarsi di lui.
Forse i nonni le volevano bene, ma preferivano suo fratello per la semplice ragione che per loro un nipote e per di più maschio era sufficiente, anzi, avanzava pure.
Più che agli altri si sentiva vicina a suo fratello, ma anche lui, tra la scuola, il correre dietro ai maiali appena tornava a casa e il fare i compiti, aveva ben poco tempo da dedicarle e, a dire la verità, le sembrava di causargli un imbarazzante fastidio.
Era stanca di stare sola, stanca di sentirsi poco amata e soprattutto stanca delle continue scenate a cui doveva assistere ogni giorno.
Aveva imparato a cogliere tutti i segni premonitori, gli sguardi, i gesti e le parole e siccome, anche se piccola era un’attenta osservatrice, si preparava all’evento paralizzando, quasi, il suo corpo e facendosi sorda per non sentire e cieca per non vedere.
Quando urla e botte cominciavano a volare la mamma diceva a suo fratello Salah:
“Porta via Fatima!”
Lui allora la prendeva in braccio e la portava su, nella vigna, il più possibile lontano da casa.
Quando non si sentiva più il rumore della tempesta familiare, Salah la metteva giù e lei restava lì, silenziosa, mentre la pelle sul suo piccolo corpo si contraeva a lungo come per un diffuso tic nervoso.
Col fratello non scambiava nemmeno una parola, restavano tutti e due lì, immobili, in attesa che tutto cessasse e che la mamma li richiamasse a casa.
Quando tornavano trovavano sempre la mamma che piangeva, suo padre che sbatteva le cose dovunque gli capitasse e i nonni, col muso lungo, che non guardavano in faccia nessuno.
I due fratelli cercavano, allora, di essere invisibili per non disturbare e dare così adito al riaccendersi della discussione.
Fatima si sentiva morire ogni volta e ogni volta pregava che suo padre uscisse di casa e non tornasse più, per non veder piangere  la mamma e per non prendere più botte.
Aveva capito che le lacrime che lei e la mamma versavano, lo facevano sentire più forte e allora, quando lui montava su tutte le furie, lo guardava con sfida e con tutto l’odio che poteva contenere il suo piccolo corpo.
Col suo atteggiamento aveva guadagnato solo qualche ceffone in più, ma mai e poi mai gli avrebbe dato la soddisfazione di vederla piangere.
Queste erano le cose a cui la bambina non voleva pensare, i fatti e le persone da cui voleva fuggire.
Il sonno fu misericordioso e la portò con sé.

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FERENTO

Quando visito un  qualsiasi luogo antico, la cosa che cerco è, se c’è, una strada di millenni fa. E’ una strana sensazione quella di riuscire a sentirmi partecipe di quel mondo scomparso e mi viene spontaneo non guardare solo quello che resta. Dedico questi versi a Ferento, vicina a me nello spazio e nel cuore.

 

Tra zolle disordinate  e incolte
affiorano selci di un’antica strada.
Ferma, chiudo gli occhi e ascolto:
lente le ruote dei carri cigolano,
richiami  imperiosi, pacati e dolci,
misti a grida gioiose di fanciulli
tornano, risvegliando il passato.
Curiosa, socchiudo gli occhi e vedo,
qua e là, rassegnati schiavi in catene,
con gambe segnate da colpi di frusta.
Hanno sguardi senza espressione,
in essi non alberga più speranza.
Lascio l’antica strada e, nel presente,
vedo lo sguardo vuoto e disilluso
di un popolo con invisibili catene.

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