VORREI

yoga-sun-lotus1Vorrei fermare all’infinito il tempo, i momenti sereni, le risate dei bambini, la presenza di persone amate nella mia vita, vorrei… ma non posso.
Vorrei fermare la violenza in tutte le sue forme, la sopraffazione, l’umiliazione inflitta ai deboli, l’abbandono degli anziani e dei malati, le guerre e i mercanti di armi, la sete di potere, la famelicità degli ossessionati dal denaro… vorrei ma non posso.
Vorrei che tutti avessero un lavoro, che il ricco aiutasse il povero, che non ci fossero stupide contese, che i potenti guardassero al bene comune e non solo al proprio, che i giovani non cercassero lo sballo nell’alcool e nella droga, che non fosse un evento sorridere a chi passa e ricevere un sorriso in cambio, vorrei… ma so che  i miei desideri non si avvereranno.
Vorrei che ogni essere umano, giunto a sera, pensasse al giorno trascorso e trovasse un’azione compiuta per aiutare il prossimo,  non per avere un riscontro, ma per il puro piacere di compierla. Questo lo voglio per me… chissà se altri lo vogliono?
Sono severa con me stessa e l’unico giudizio terreno che temo è quello della mia coscienza.

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I SOGNI SONO RAGGIUNGIBILI

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Pomeriggio movimentato. In campagna con i due cuccioli umani di casa. Il grande si è esercitato a fare il naufrago curando un piccolo falò, mentre il piccolo correva dietro ai gatti e, pieno di buona volontà, intralciava qualsiasi cosa noi adulti tentassimo di fare.
Poi, la luna, grande e luminosa, due dita sopra l’orizzonte, ci ha incantati.
Il piccolo ha esclamato:
“Ccia me la plendi?”
“Non si può, è troppo lontana.”
“Guadda ccia, io col dito la tocco!”
Gli ho risposto con un sorriso, e ho pensato: -Non importa quanto sono grandi i desideri che abbiamo nel cuore, basterebbe ritrovare la fantasia dell’infanzia e, con essa, potremmo far avverare i nostri sogni, anche i più irraggiungibili-.

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L’UOMO IDEALE

Non c’è volta che incontro una conoscente o un’amica senza sentire lamenti nei riguardi del coniuge, del compagno o del fidanzato. Da questo discorso escludo, ovviamente, le donne che subiscono violenze morali e fisiche. Una cosa è certa: esse difficilmente si lamentano. Hanno paura.
In genere, i motivi di scontento sono: la scarsa disponibilità a condividere molti momenti importanti da parte dei maschietti, la loro mancanza di collaborazione per quanto concerne la conduzione della casa e l’educazione dei figli, la poca tenerezza, la pretesa  di essere sempre in primo piano appiattendo la donna che hanno a fianco, comportamenti che a volte sconfinano nella scortesia ecc… ecc.
Sono donna e riconosco che spesso siamo noi, con le nostre richieste, le nostre lagne e le nostre insistenze ad alienarci l’attenzione dei compagni di vita.
Mi chiedo, se in giro c’è tutto questo scontento, da cosa dipende?
Gli uomini sono tutti disgraziati? Siamo noi a essere incontentabili? O, semplicemente, non abbiamo incontrato la nostra mezza mela?
Credo che il genere femminile sia affetto, a vita, dalla sindrome del Principe Azzurro. Questo è un gran guaio.
E come dovrebbe essere questo benedetto Principe?
Bello? Non è vitale, l’importante è che ci piaccia.
Intelligente? Certo che sì, ma la sua intelligenza deve far sentire intelligenti anche noi.
Cortese? Di più! Deve essere anche Cavalier servente, lasciarci il passo, portarci le borse della spesa, raccogliere ciò che ci cade, non deve sedersi a tavola finché non siamo pronte anche noi, deve trovare favolose le nostre stranezze e, senza esagerare, non deve lesinare in complimenti… e… e…
Troppe pretese? Affatto
Che dobbiamo fare per far stare buoni e tranquilli  i nostri Principi mancati? Se siamo veramente donne, dovremmo farli sentire intelligenti, interessanti, piacenti… insomma… UNICI. Inoltre, non dovremmo astenerci dal confortarli, sostenerli, incoraggiarli e soprattutto… amarli
Considerando che i lamenti sono più dannosi che utili e che le pretese sono condannate a restare tali, penso che ci sia una cosa che ogni donna dovrebbe desiderare ma che, purtroppo, raramente riesce a ottenere: incontrare un uomo che con la sua sola presenza le faccia cantare il cuore, quello che quando l’abbraccia la fa sentire al sicuro e le fa desiderare che il tempo si fermi, quello che non ha bisogno di tante parole perché pensa e sente come lei, e basta uno sguardo scambiato per un’intima intesa.
Perse dietro a scontento, recriminazioni e pretese, a volte dimentichiamo che una volta eravamo cotte e stracotte degli uomini che abbiamo a fianco. Il tempo appanna, unito a delusioni e monotonia, i ricordi; basterebbe tornare indietro con la mente, rivivere quei momenti e ricostruire i sogni che abbiamo cestinato.
Tornerebbe anche utile pensare che i nostri uomini, Principi ormai di un azzurro scolorito, potrebbero avere ancora un’armatura lucente… per insospettabili signore.

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GLI ANNI PASSANO

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Gli anni passano, eh già… gli anni per i fortunati passano. E’ vero che arrivano gli acciacchi, ma arriva anche un minimo di saggezza; non quella di dogmi costruiti sulle esperienze fatte, che è solo presunzione, ma quella che fa cogliere l’effettiva importanza delle cose.
E’ come se, con il trascorrere degli anni, una leggera brezza placasse gli eccessi delle emozioni e la drammaticità di eventi avversi. In fondo, superato il momento, certe situazioni non meritano tanto disturbo.
I turbamenti, le delusioni e il dolore per la perdita di persone care sono sempre presenti, ma la persona matura li vive come “frutti inevitabili” che, maturi, vanno raccolti.
Che dire dei momenti di gioia? La gioia è un’emozione interiore, un regalo da conservare. Non si prova più esaltazione, ma qualcosa di appagante che riscalda l’anima.
Gli anni passano e sono fatti di attimi tutti da vivere.

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UICHENNE AR MARE

Un brano del mio primo libro demenziale in dialetto lubrianese e italiano.

Poco doppo ècchite arrià l’òmmine!C’ìono le facce mosce e Svicola tenìa mà le mano solo ‘na cartatella co’ poca robba. ‘R Capiscente disse che ìono girato ‘pertutto, ma nun ìono troàto più gnente.

Quanno la Facchitòta guardètte chè ìono protato, je diventò ‘r muso bianco come ‘n cencio laàto: c’adèrono si e no ‘na dicina de sarde tutte ‘ntrujàte de sale.
Prèsono ‘na sarda per uno e attaccònno a sbattele mà le ferre de la tenna pe’ sgrullaje ‘r sale.
Come successe ‘n se sa, ma chiùno mannò ‘r sale mall’occhie dell’Angustia. Lèe strillò:“Ajutàteme, currite! Guardate che m’è ito mall’occhie! Me còciono e ‘n ce veggo più!”
Quelle, ‘nvece de guardà mà lèe, stàono a leccàsse le deta e strucinàono popò de pane mà le sarde pe’ daje sapore.
‘Ntanto l’Angustia se strupicciàa l’occhie, e più je dàa e pejo adèra, je parìa che je pijàono foco e ‘r Capiscente je disse:
“Ah, mò che dorgono mà tì le sente?! Stamane, quanno dulìono mà mì, ce ridìe eh! Mò vattele a lavà,
nun vegghe quant’acqua c’hae davante? Mica dicaràe che ‘r mare nun te bbasta!”
L’Angustia, co’ l’occhie annebbiàte dar focòre, annò là pe’ l’acqua a sciaccujàlle. Quella stupata j’ìa dato retta; nun l’esse mae fatto, je bruciàono più de prima!
Poràccia, piagnìa e nun c’era verso che se zittàa.
Millì vicino c’èrono ‘n po’ de gente co’ le tenne, ma, ‘ste ‘gnorante, a sintije fà quelle verse èttono paura e nun je vòrsono dà popò d’acqua bbona!
La Pantebbe, c’adèra stata ferma e zzitta a guardà, se ricordò de ‘na cosa che riccontàa sempre la su’ pora nonna Luduìna e disse:
“Regà, ma che vartre nu’ lo sapete?! Quanno c’è quarche ‘nfiammazzione e nun se sa che s’ha da fà, ‘gna facce piscià sopre ‘na creatura cicìna che ‘ncò pija ‘l latte de la su’ ma’.”
Je guardònno tutte stralunate e poe mar Capiscente je scappò ditto:
“Io simpriciotto! Micchì do’ lo troàmo ‘n fijarello? Mica lo potèmo creà?”
La Facchitòta je disse:
“Vartre òmmine nun vedete mae gnente; popò più là, mà ‘na tenna c’è ‘na coppietta de tedesche e c’honno ‘n cìtolo che arà sì e no ‘n mese. ‘Gnarèbbe annà da loro a veda che se po’ fà.”
Partìnno tutte. Capiscente stàa davante e tenìa pe’ ‘n braccio l’Angustia e, siccome quella poràccia ‘n ce vedìa più e tralancàa, je facìa strada. Quell’artre j’annàono jetro.
Quanno arriònno da le tedesche ‘r Capiscente strillò:
“Ohè! Scappate fora!”
Sintìnno la voce de quarcuno che parlàa strano e poe, ècchete ‘n omo, che sarà stato arto du’ metre, co’ jetro ‘na regazza arta come lue.
Quell’omo parìa ‘ncazzato e, vedènno tutte quelle gente, me sà che s’adèra ‘mpaurìto ‘ncò.
Strillò:
Voi tutti genti, cosa volere qui a qvesta ora?”
Capiscente cerchètte de spiegàje:
“Volemo solo che fate piscià ‘r vostro fijo mà l’occhie de ‘sta donna!”
‘R Tedesco dette ‘na guardata mà l’Angustia e pensò che j’ìono menàto; sempre più aggitàto disse:
Cosa pissiare? Cosa fighlio? Cosa fatto voi a occhi di donna?”
 Capiscente nun sapìa come fà a fasse capì, allora fece metta l’Angustia a ginocchiòne e doppo lue fece ‘r verso de pisciàje mall’occhie.
Dio ce sarve! ‘R Tedesco va’ a sapè che capitte!
Fece ‘no strillo che lo ‘ntesono ‘n Germania ‘ncò e disse:
Tu italiano porcaccione maniaco de sexo. Via tutti o io spara!”
‘R Capiscente, lesto, fece riarzà l’Angustia e, come si èssono visto ‘r diàolo, uno dietr’all’artro annèttono via currènno.
‘Na vorta arriàte mar su’ posto, l’Angustia se mese a jace sur su’ matarazzètto e doppo ‘n po’, a forza de piagna, l’occhie je se lavònno per bene e ‘r dolore je se passò.

Italiano

Poco dopo, ecco arrivare gli uomini!  Avevano le facce tristi e Svicola teneva in mano solo una cartatella con poca roba. Capiscente disse che, dopo aver girato dappertutto, non avevano trovato nient’altro.
Quando Facchitòta vide quello che avevano portato, le caddero le braccia dallo sconforto: c’erano si e no una decina di sarde tutte sporche di sale.
Presero una sarda per uno e, brontolando, cominciarono a sbatterle contro i ferri della tenda per far cadere il sale.
Come successe non si sa, ma qualcuno mandò il sale negli occhi di Angustia.
Quella poveraccia urlò:
“Aiutatemi, correte! Guardate cosa mi è andato negli occhi! Mi bruciano e non ci vedo più!”
Quelli, invece di guardare lei, stavano a leccarsi le dita e strofinavano sulle sarde un po’ di pane per insaporirlo.
Intanto Angustia si stropicciava gli occhi e, più lo faceva, e peggio era; sembrava che le prendessero fuoco e Capiscente le disse:
“Ah, adesso che fanno male a te, lo senti?! Stamani, quando facevano male a me, ridevi eh! Vai a lavarteli, non vedi quanta acqua hai davanti? Mica dirai che il mare non ti basta!”
Angustia, con gli occhi annebbiati dal bruciore, andò nell’acqua per sciacquarli.  Quella stupida gli aveva dato retta! Non l’avesse mai fatto, le bruciavano più di prima.
Poverina, piangeva davvero e non c’era modo di farla smettere.
Lì vicino c’erano un po’ di persone con le tende; ma quegli ignoranti, sentendola piangere a quel modo, ebbero paura e non vollero darle un po’ d’acqua dolce.
Pantebbe, che era stata ferma e zitta a guardare, si ricordò di una cosa che raccontava sempre la sua povera nonna Ludovina e disse:
“Ragazzi, voi non lo sapete, ma quando c’è qualche infiammazione e non si sa cosa fare, bisogna farci urinare sopra un bambino piccolo che ancora prende il latte dalla mamma.”
La guardarono stralunati e a Capiscente scappò detto:
“Io sempliciotto! Qui dove lo troviamo un neonato? Mica possiamo fabbricarlo?”
Facchitòta gli disse:
“Voialtri uomini non vedete mai niente; poco più là, in una tenda, c’è una coppietta di tedeschi e hanno un figlio che avrà sì e no un mese. Bisognerebbe andare da loro per vedere cosa si può fare.”
Partìrono tutti.
Capiscente stava davanti, teneva per un braccio Angustia e, siccome quella sventurata non ci vedeva più e barcollava, le faceva strada.
Gli altri li seguivano.
Quando arrivarono dai tedeschi, Capiscente gridò:
“Ehi! Venite fuori!”
Sentirono la voce di qualcuno che parlava in modo strano, poi uscì un uomo che sarà stato alto due metri con dietro una ragazza alta come lui.
Quell’uomo sembrava incavolato e, vedendo tutte quelle persone, forse si era anche impaurito.
Gridò:
Voi tutti genti, cosa volere qui a qvesta ora?”
 Capiscente spiegò:
“Vogliamo solo che fate pisciare vostro figlio negli occhi di questa donna!”
Il Tedesco diede uno sguardo ad Angustia e pensò che l’avessero picchiata; sempre più agitato, disse:
“Cosa pissiare? Cosa fighlio? Cosa avere fatto voi a occhi di donna?”
Capiscente non sapeva come spiegarsi, allora disse ad Angustia di mettersi in ginocchio e fece il gesto di urinarle negli occhi.
Dio ci salvi! Il Tedesco non si sa cosa capì! Fece un urlo che lo sentirono anche in Germania e disse:
“Tu italiano porcaccione maniaco de sexo! Via tutti o io spara!”
Capiscente, svelto, fece rialzare Angustia e, come se avessero visto il diavolo, uno dietro all’altro andarono via correndo.
Una volta arrivati sul posto, Angustia si sdraiò sul materassino e, dopo un po’, a forza di piangere, gli occhi le si lavarono per bene e il dolore cessò.

 

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LA VITA E’

uomo-che-cammina-lungo-la-spiaggia-20087905   Giorni, mesi, anni passati a recriminare sui fatti della vita, a lamentarci di ciò che non è andato come avremmo voluto, a discutere i comportamenti delle persone che abbiamo incrociato, a tormentarci per quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto e a piangerci addosso per le ingiustizie di cui siamo stati vittime. A torto o a ragione, pochi sono gli esseri umani che sfuggono a questi panegirici mentali.
Nasciamo con il desiderio di migliorare le nostre condizioni e ci prospettiamo delle mete sempre più alte, sempre più irraggiungibili. E’ per questo, credo, che non siamo mai contenti. Vogliamo da noi stessi e da chi ci sta vicino atteggiamenti, parole e pensieri che troppo spesso non appartengono né a noi né a quanti ci circondano.
L’insoddisfazione nasce dal fatto di non  comprendere, soprattutto quando si è ancora giovani, che il percorso della vita è un’avventura e che, doloroso o no, ogni giorno vissuto è una vittoria.
La cura al nostro intimo malessere?
Semplicemente vivere!

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BRONTOLIO ESENTASSE

imagesBellissima mattina di sole e, a parte un venticello dispettoso, la temperatura è piacevolmente tiepida. Ho deciso di fare un giretto in campagna e… via verso Vallebona. Tutto bene, guardavo la strada e del resto poco mi importava. Al ritorno, però, ho fatto molta attenzione perché dovevo immettermi, prima da una stradina vicinale auna comunale e poi da quest’ultima in una provinciale. Devo dire la verità, l’ho fatto con un certo timore.
-Be?!- direte voi, – Metti la freccia, guardi a destra e a sinistra e fai la tua bella manovra.-
Nossignori! Per vedere se arriva qualche macchina, col batticuore bisogna spingersi fino al centro della carreggiata, perché i rovi, infittiti dalle erbacce, agli incroci sono arrivati ai tre metri d’altezza, togliendo ogni visibilità.
Una domanda sorge spontanea, visto che la strada è provinciale e che, provincia funzionante, viene ripulita sui lati a fine agosto, quando ormai l’erba è secca e non dà più  fastidio, considerando che le stesse province non si sa se saranno smantellate, prevedendo che difficilmente le regioni se ne faranno carico, a chi tocca pulire?
Un buon consiglio sarebbe quello di multare chi non tiene custoditi i confini della propria terra, ma per ciò che concerne il pubblico?

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